La ritualità dei Kalasha
Breve introduzione alla cultura Kalasha
Nel cuore della civiltà islamica dell’Asia meridionale, non lontano dal confine settentrionale con l’Afganistan, una minuscola comunità di circa 4.000 anime vive ancor oggi perpetuando antiche tradizioni e una cultura più arcaica dello stesso Islam. Sono i Kalasha, popolazione di stirpe indoeuropea che, oggigiorno, rappresenta l’ultima ed unica realtà tribale non-islamizzata dell’intero Pakistan.
L’origine dei Kalasha – oggigiorno stanziati alle pendici di tre strette e distinte valli (Bumburet, Rumbur e Birir) che si aprono ai piedi dell’immenso massiccio dell’Hindu Kush – è da riconnettersi all’esistenza di una ben ampia enclave non islamizzata che, nel passato, occupava una vasta area compresa tra l’attuale Pakistan occidentale e il territorio afgano orientale. Le ragioni che hanno consentito ai Kalasha di oggi di sopravvivere come realtà residuale rispetto a questa antica cultura, è da rintracciarsi nella specificità delle vicende storiche che hanno caratterizzato questa regione negli ultimi secoli. Sino all’ultima decade del XIX secolo, un insieme di popolazioni definite come Kafiri (ovvero “pagani”), erano infatti stanziate nelle regioni montagnose dell’Afganistan orientale. A causa della sistematica opera di conversione coatta messa in atto da Amir Abdur Rahman Khan di Kabul, in pochi anni la totalità dei Kafiri di questa ampia area fu costretta ad aderire alla fede islamica. A testimonianza e coronamento dell’avvenuta opera di conversione lo stesso territorio del Kafiristan (“la terra dei pagani”) fu rinominato Nuristan, “la terra della luce”. Uniche popolazioni che sfuggirono a questo destino furono le etnie abitanti il cosiddetto Piccolo Kafiristan, identificabile con il territorio di Chitral ancor oggi occupato dai Kalash e all’epoca sotto la giurisdizione amministrativa delle Indie britanniche. Fu grazie a questa circostanza che i Kalasha poterono continuare ad aderire al proprio credo ancestrale, che si mantiene ancor oggi in vita nonostante la pressione culturale esercitata dalle popolazioni circostanti e la consistente presenza turistica.
La singolarità culturale che i Kalasha ostentano rispetto alle popolazioni islamiche che li circondano, si riflette anche nella specificità linguistica di questo popolo e soprattutto nella vita religiosa. I Kalasha ancor oggi mantengono infatti in vita una forma religiosa dal carattere politeistico, espressione di un regime socioeconomico tipicamente agropastorale, incentrata nel culto di specifiche divinità ed entità invisibili associate con l’habitat naturale in cui le comunità stesse risiedono.
Al culmine del pantheon è collocato Disala Desan, figura di Essere Supremo che, seppur riceva un proprio culto, riveste in realtà un ruolo secondario nella attiva vita rituale dei Kalasha che, in obbedienza ad un pragmatismo di fondo, è maggiormente incentrata nel culto di quelle divinità e spiriti della natura capaci di essere più sensibili alle vitali, terrene, esigenze e necessità umane. Entra qui in gioco una miriade di esseri invisibili che hanno la loro dimora in luoghi precisi del territorio occupato dai villaggi Kalasha e nelle inospitali pendici montane che li circondano. Come tutta la realtà che è suddivisa nelle due distinte e distanti sfere del “puro” (onjeshta) e dell’”impuro”(pragata), anche la ricca serie di entità invisibili che abitano il cosmo sono classificate in ragione di questa stessa dicotomia di valori, dicotomia che fa di esse delle divinità propiziabili e potenzialmente benevole, opposte ad altre dall’indole demoniaca e pericolosa. L’opposizione tra la “puro” e “impuro” ha per Kalasha un significato profondo che investe ogni aspetto della vita dell’individuo come anche ogni sua possibile relazione con lo spazio che abita. Pure sono le immacolate cime innevate, scevre della presenza contaminante dell’uomo e dimora per eccellenza di potenti entità invisibili. Impuri sono invece i territori di fondo valle prossimi ai corsi fluviali, luogo promiscuo e ricettacolo naturale di ogni sozzura. A questo rigoroso ordine classificatorio non sono esenti gli stessi esseri umani. Puri sono gli uomini, gli individui maschi adulti (ma ancor più, e per eccellenza, i fanciulli di sesso maschile), identificati con l’attività pura della pastorizia e associati alla porzione concettualmente “alta” delle abitazioni Kalasha. Non pure sono le donne, connesse con il mondo agricolo e con attività lavorative considerate meno dignitose. Impure, le donne lo divengono poi durante il periodo mestruale e durante il parto. I Kalasha infatti, come moltissime popolazioni tradizionali asiatiche, considerano questi due eventi naturali come portatori di impurità rituale. Eventi considerati talmente impuri che, qualora abbiano luogo, nel caso dei Kalasha, determinano ancor oggi la segregazione delle donne in apposite dimore – chiamate bashali – separate dai villaggi edificate in prossimità dei torrenti di fondovalle. In una dimensione incerta ed intermedia sono i fanciulli, considerati come esseri indistinti ed amorfi sino al momento in cui non intervengano gli appropriati rituali iniziatici in grado di conferire loro un riconoscimento sociale ed una sanzione pubblica della loro stessa sessualità.
Per quanto attiene la sfera della ritualità collettiva, la vita religiosa dei Kalasha ruota attorno alla celebrazione di alcune feste stagionali collettive che rappresentano la trasposizione religiosa di alcuni dei momenti più salienti del ciclo annuale agricolo e pastorale. Joshi è il festival primaverile che ha luogo nel mese di maggio e che celebra la fine della stagione invernale e il rigenerarsi della natura nel suo insieme. La festa sancisce inoltre la partenza delle greggi verso gli alti e distanti alpeggi. Uchao rappresenta invece il rituale collettivo estivo (mese di agosto) che celebra il picco massimo nella produttività dei greggi. Con l’arrivo dell’inverno ha invece luogo la lunga e complessa festa di Chaumos (mese di dicembre), la quale ha il suo culmine in coincidenza del solstizio invernale. Caratterizzata dalla presenza costante di musiche, danze collettive e canti alternati tra gruppi di uomini e donne caratterizzati – dal contenuto spesso osceno e scherzosamente provocatorio –, la festa di Chaumos sembra configurarsi con alcuni tratti tipici delle feste di inizio anno, caratterizzate dai motivi simbolici del ritorno al caos, del comportamento licenzioso ed orgiastico, dell’inversione dei ruoli sessuali e sociali. È inoltre in coincidenza di questa specifica festa che i Kalasha celebrano una serie di attività rituali di corollario, dal carattere prettamente sacrificale, incentrati sul tema iniziatico del passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.
In tutti i rituali pubblici dei Kalasha, onnipresente è la presenza di bevande alcoliche. Questa etnia infatti, nell’apparente abominio delle popolazioni islamizzate del Pakistan per cui l’alcol è tabù, coltiva da secoli la vite dalla quale estrae quantità di vino apprezzabili, impiegato nel corso delle celebrazioni rituale o delle feste. Coltivata secondo un antico sistema di coltivazione che prevede l’associazione delle piante di vite ad un albero di alto fusto che permetta di sostenere la pianta e di offrire spazio alle sue estensioni arboree, la vite è negli ultimi secoli divenuto un elemento quasi emblematico della civiltà Kalasha, un ulteriore elemento distintivo forte che la differenzia delle comunità islamiche sunnite che le sono vicine.
La vita dei Kalasha al giorno d’oggi si dibatte tra un desiderio tenace di mantenere in vita le proprie tradizioni e le necessità imposte dal mondo moderno che sta lentamente dilagando anche queste remote regioni dell’Asia meridionale. Il turismo che si sta sviluppando in buona parte del Pakistan ha investito anche queste stesse comunità. In questa prospettiva i Kalasha sono divenuti essi stessi una delle maggiori attrazioni del turismo etnico della regione di Chitral. In una dimensione controllata e il turismo si è infatti sviluppato attraverso la realizzazione di spartane strutture ricettive all’interno degli stessi villaggi Kalasha, luoghi ove i turisti possono sostare condividendo la vita quotidiana di questo popolo e prendere parte alle loro stesse feste tradizionali. L’incrementarsi della presenza di turisti e viaggiatori straniera ha consentito in pochi anni ai Kalasha di divenire una risorsa per il turismo locale, contribuendo al crearsi di un clima di maggior distensione tra i Kalasha stessi e le comunità islamiche dell’area, contribuendo lentamente al superamento della secolare diffidenza che separava i seguaci dell’Islam dagli eredi degli antichi Kafiri.
Le ricerche sinora condotte
Le ricerche etnografiche condotte nel quadro dell’attività del Comitato Ev-K2-CNR si riferiscono essenzialmente al contesto rituale festivo di Chaumos. In questo ambito il Dr. Nicoletti ha condotto – in collaborazione con il Prof. Augusto Cacopardo dell’Is.I.A.O. – delle indagini a carattere prevalentemente antropologico visuale tra i Kalasha della valle di Birir. Le ricerche hanno in particolare consentito la documentazione video e fotografica degli aspetti più salienti dell’intero ciclo rituale: preparazione, danze rituali collettive notturne e diurne, declamazione dei panegirici, sacrifici, nonché il ciclo rituale iniziatico a cui prendono parte i giovani Kalasha. A lato della documentazione filmica la ricerca ha anche consentito la raccolta di un ingente quantità di materiale fotografico digitale riguardante non solo la festa di Chaumos, ma anche la vita quotidiana dei Kalasha e l’habitat in cui essi risiedono.
Nel cuore della civiltà islamica dell’Asia meridionale, non lontano dal confine settentrionale con l’Afganistan, una minuscola comunità di circa 4.000 anime vive ancor oggi perpetuando antiche tradizioni e una cultura più arcaica dello stesso Islam. Sono i Kalasha, popolazione di stirpe indoeuropea che, oggigiorno, rappresenta l’ultima ed unica realtà etnica non-islamizzata dell’intero Pakistan.