Frana Hunza: EvK2Cnr invia missione di geologi 

Frana Hunza: EvK2Cnr invia missione di geologi

BERGAMO -- La frana che ha colpito la valle Hunza lo scorso 4 gennaio, è uno dei disastri più colossali che abbiano colpito il Pakistan. E l'attenzione internazionale è quasi pari a zero. Questo il grido d'allarme lanciato dal Comitato EvK2Cnr per la valle Hunza, tra le cime del Karakorum, dove lo scorso gennaio un'enorme frana ha ucciso decine di persone e creato un lago di quasi 3 chilometri che isola villaggi e minaccia di inondarne altri. EvK2Cnr, che da anni è uno degli attori principali della cooperazione internazionale in Pakistan, sta inviando sul posto una squadra di geologi per eseguire un sopralluogo.

La missione EvK2Cnr partirà il 7 aprile e sarà composta da Michele Comi, geologo e guida alpina della Valmalenco, e Chiara Calligaris, ex-olimpionica di Vela e geologa dell'Università di Trieste, entrambi esperti di frane ed esondamenti di laghi. L'obiettivo è sondare il terreno e fare una valutazione dello stato di fatto per capire quali interventi è utile mettere in campo al fine di risolvere la critica situazione della Valle Hunza.

La tremenda frana è scesa dalle montagne della zona di Attabad, vicino a Karimabad, considerata la capitale dell'Hunza Valley, non lontano da Rakaposhi, è una zona che il Comitato EvK2Cnr conosce bene e  dove da anni svolge attività di ricerca e cooperazione prima con il progetto Karakorum trust e ora con il Progetto SEED (Social Economic Enviroment Development) che ha proprio l’obiettivo ultimo di garantire uno sviluppo sostenibile della regione in cui ha sede il Central Karakorum National Park.

Avere notizie certe su quanto stava accadendo in quelle zone dopo la frana, non è stato facile; le comunicazioni difficoltose anche in situazioni normali, si sono rese ancora più problematiche. Difficile anche capire chi stava intervenendo e con quali competenze.

Il primo pensiero ovviamente subito dopo la frana è stato quello di portare soccorsi umanitari; a due mesi di distanza si sta invece ragionando sul come intervenire per evitare che la frana causi ulteriori problemi a livello di smottamenti geologi,  ed è in quest’ottica che si muoverà la missione EvK2Cnr che partirà settimana prossima

“Il pericolo maggiore è quello di altre frane man mano che l'acqua si alza”. Queste le parole di Giorgio Poretti, ricercatore EvK2Cnr dell’Università di Trieste che sta svolgendo proprio in questi mesi uno corso di formazione per studenti universitari pakistani sulle moderne tecniche di gestione delle informazioni territoriali e sui nuovi metodi cartografici per la determinazione del rischio sismico e l’individuazione delle frane in aree di montagna.

“Se è così il lago si allungherà e il pericolo potrebbe essere costituito da un deflusso massiccio e improvviso ma su un fronte di 1.5 km mi sembra improbabile, continua Poretti, L'altro problema è quello di nuove frane incombenti e di organizzare interventi per evitare l'effetto Vajont. Per dare un giudizio al riguardo bisogna avere foto aeree e valutare sul posto lo stato dei versanti e le inclinazioni degli strati. Si vede dai filmati che vengono fatte delle trincee per il  deflusso dell'acqua ma non si riesce a valutarne l'entità”.

 “Una verifica in loco è indispensabile – dice Michele Comi – perché siamo di fronte a fenomeni che hanno una scala talmente grande, dovuta alle energie del rilievo delle montagne del Karakorum, che ogni valutazione a tavolino richiede una rielaborazione sulla base di rilievi sul campo. L’obiettivo della missione è proprio ottenere un quadro della situazione più preciso in modo da individuare le azioni più utili da mettere in campo. Da parte mia c’è anche un interesse particolare perché il fenomeno ricorda molto, per le dimensioni della frana, il disastro della Val Pola durante l’alluvione della Valtellina nel 1987, che ho vissuto in prima persona da ragazzo”.

I due geologi EvK2Cnr lavoreranno in loco insieme a due loro colleghi della Bahria University e della Karakorum International University, oltre a confrontarsi con i principali enti e istituzioni pakistane coinvolte nel monitoraggio della Valle di Hunza e che stanno già  operando e lavorando sulla frana: il nuovo governatore della Regione di Gilgit e Baltistan e il Chief Minister, l’NDMA, protezione civile, FOCUS, il brench umanitario di Aga Khan Foundation e ovviamente con il supporto dell’Ambasciata Italiana ad Islamabad.


SCHEDA TECNICA 
 

Data evento:

4 gennaio 2010

Tipo evento:

Evento franoso che ha investito il villaggio di Att Abad con conseguente formazione di una barriera che ha bloccato il flusso del fiume Hunza. A seguito del blocco del corso del fiume è in via di formazione un lago che durante la stagione dello scioglimento dei ghiacciai potrebbe inondare i villaggi a valle.

A seguito dell’evento è stata chiusa la Karakorum Highway che collega il resto del Pakistan con lo SWAT e le altre aree a monte della frana.

L’area franosa ha interessato un fronte di 2 kmq

L’accumulo d’acqua, in data 12 gennaio 2010, era di 1,3 kmq in costante crescita.

Area
Longitudine: 74° 47’ 28’’ E – 74°52’ 20’’ E
Latitudine: 36°20’56’’ – 36°17’29’’

L’area è sita nella regione Gilgit-Baltistan, Pakistan, nell’area di Karimabad a circa 100 km nord di Gilgit.

Vittime:

14 morti alla data dell’evento;

Tutta la popolazione a monte della frana è tagliata fuori da qualsiasi collegamento con il resto del Pakistan, fatta eccezione per gli aiuti umanitari inviati dall’Aga Khan Foundation. Si parla di circa 30.000 individui che da gennaio sono totalmente isolati con il resto del mondo.

Prime stime e ricognizioni:

Il SUPARCO (Pakistan Space & Upper Atmosphere Research Commission) ha preparato una prima valutazione basata sull’acquisizione immagini satellitari.

Situazione attuale (20 marzo 2010):

La frana interrompe circa 2 km di strada, mentre il lago aumenta di circa 30 cm al giorno (stima effettuata prima dell’inizio della stagione calda) ed e' ormai lungo 6 - 7 km.

Pare che siano stati attivati - senza successo - scavi nel corpo frana per far defluire le acque. Le rocce coinvolte sono granitoidi fagliati, forse in contatto tettonico con rocce ipoabissali e/o vulcaniche. I volumi della frana non sono noti, ma sicuramente parecchie decine di milioni di mc.

 
 

 
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